lunedì 12 marzo 2012

Appunti dello Spirito. Medjugorje - parte 1.

La prima domanda mi è arrivata ancora prima di entrare in casa. Su un cartellone appeso alla porta, mio nipote, 10 anni ancora da compiere, c'ha dato il suo bentornati aggiungendo la frase: "avete visto la Madonna?".
Medjugorje. Un'infinità di pellegrini entusisti, un'enormità di scettici che non vi hanno mai messo piede.
Marzo 2011: mia moglie riceve un rosarietto da polso in legno di cui si innamora. Dopo qualche mese, vedendo che inizia a rovinarsi, le dico: "nessun problema, quando si rompe, andiamo là a prenderne un altro."
Febbraio 2012: il rosarietto ha perso i pezzi, ma regge ancora. Arriva l'invito per Medjugorje e mi dico: "Proviamo. Se Maria vuole così, lasciamola fare." Chiediamo le ferie e stranamente, nonostante il tanto lavoro, mi vengono concesse senza alcuna insistenza: primo segno. Il compleanno di mia mamma quest'anno cadrebbe nei giorni del pellegrinaggio, ma senza timore la mamma terrena mi dice "Vai!": secondo segno. Si pensa di partire il mercoledì mattina anzichè la sera, e chiedere un terzo giorno di ferie sarebbe tirare troppo la corda. Si opta per partire in due momenti distinti, e noi partiamo la sera: terzo segno.
Ma cosa ci vai a fare a Medjugorje?
La domanda continua a farsi largo nei giorni che precedono il pellegrinaggio. Di sicuro non vado a fare il turista, non in luogo del genere. Non vado a vedere la Madonna, anche se così potrei deludere mio nipote. Anzi, mi rendo conto che parto proprio con l'idea di lasciar da parte le apparizioni, i veggenti, i miracoli nel cielo e i sensazionalismi di Paolo Brosio.
Mi rendo conto che parto con un atteggiamento da mendicante guardingo: vado per osservare e capire cosa c'è di speciale a Medjugorje, ma cerco di tenere aperto il cuore, perchè se qualcosa di speciale c'è,  l'esperienza m'insegna che non bastano gli occhi per (r)accogliere.
Una notte di viaggio, poco sonno e tanti pensieri.
Prima tappa a Tihajlin, di fronte a quell'immagine di Maria fotografata, stampata e pubblicata all'inverosimile. Bella. Dolce. Un capolavoro.
Però sembra tanto fredda, complice forse la poca luce e la stanchezza del viaggio.
Ripartiamo dopo aver pregato il primo rosario, con la soddisfazione per aver visitato un luogo così importante, ma anche una prima mezza delusione.
Ecco Medjugorje.
Indescrivibile. Non è il caos della Terra Santa, non è l'ordine delle città europee, non è la quiete dei santuari famosi. Medjugorje sembra costituire un genere a sè: tranquillità nei dintorini della chiesa, ripetitività di negozi e marciapiedi, grande fermento nei tanti cantieri di palazzi in costruzione.
Ci accolgono i nostri compagni di viaggio arrivati il giorno prima. Metà del gruppo è alla seconda o terza esperienza, e il nostro "angelo" Gabriele si sta già prodigando per raccogliere le occasioni della giornata.
Neanche il tempo di fare colazione e incrociamo un sacerdote padovano in partenza. É un diocesano, un altro è con noi, e la cosa mi fa pensare che questo non sia un luogo di fanatismo e allucinazioni collettive, come qualcuno vuole dipingerlo.
Si inizia con la Messa in italiano delle 11. La chiesa è strapiena e Melinda, violino tra le mani,  tocca anche le corde del cuore. Strano: la gente canta... in tanti cantano... quasi tutti cantano. A casa nostra succede solo in Seminario, alla scuola di Preghiera. Altro buon segno.
I progetti di riposino pomeridiano lasciano il posto alla prima occasione da cogliere al volo: la testimonianza di Suor Rosaria, che l'indomani parte per l'Italia. Nelle viuzze di una rete stradale ancora tutta da inventare, raggiungiamo la casa del Divino Amore ancora in costruzione, e accompagnati dai suoni del martello pneumatico, inganniamo l'attesa tra una coroncina della divina misericordia e le ripetute benedizioni del nostro Don, unico sacerdote presente.
La storia di Suor Rosaria vale l'attesa. Il suo modo di incitare alla sequela di Cristo lascia un po' perplessi... ma l'invito finale è chiaro e condivisibile: non possiamo vivere tutti  a Medjugorje; occorre portare Medjugorje a casa nostra. O siamo santi, o saremo dei cristiani falliti. Non c'è posto per le vie di mezzo.
Ritorniamo in centro mentre il cielo si tinge del rosa del tramonto, e faccio la scoperta della statua del Cristo Risorto. Tra gli eccessi di chi raccoglie lacrime miracolose, mi lascio abbracciare dall'esile figura del Risorto, e mi abbandono a pensare quante poche rappresentazioni della Resurrezione vi siano nelle nostre chiese. Sembra quasi che pittori e scultori abbiano descritto nei secoli la nostra fede più con il Crocifisso e la fine di ogni speranza del Venerdì Santo, che con la croce vuota e il Cristo vittorioso del giorno di Pasqua.
In questo 8 marzo così particolare, il pensiero è alle donne che per prime l'hanno visto Risorto, e che per prime han portato agli apostoli il messaggio di Gioia.
Già, la Gioia!

(fine prima parte)