mercoledì 14 marzo 2012

Appunti dello Spirito. Medjugorje - parte 3.

Medjugorje. Terzo giorno.
Il programma prevede la recita del rosario al monte Podbrdo. É sabato, i pellegrini sono tanti e non è facile riuscire a pregare in tranquillità. La salita è la versione ridotta del Križevac: ridotta nella lunghezza, non certo nell'asperità delle rocce.
La durata è breve e non c'è il tempo di fare grandi pensieri. Mi accorgo solo che ad ogni mistero, girandomi verso il paese, la chiesa di Medjugorje è sempre lì, in linea retta con la salita. Arrivati in cima, ecco la sorpresa. Una statua bianca, immacolata, un recinto che sembra  proteggerla dalle roccie rossastre appuntite che la circondano, e tutt'intorno una folla di centinaia di persone.
Qualcuno è seduto, altri in piedi, molti invece trovano lo spazio per appoggiare a terra le ginocchia. Su tutti il silenzio, quasi irreale. La sensazione è che questo sia il luogo in cui i pellegrini vengono a consegnare le proprie preghiere. Il colpo d'occhio è sensazionale, e quando si fa tardi, c'è un po' di timore a distogliere i compagni di viaggio dal loro personale incontro con Maria.
Scendiamo per l'ormai consueta Messa delle 11.
In chiesa il celebrante ammette di essersi offerto all'ultimo per sostituire un sacerdote assente, e promette di essere sintetico nell'omelia: di solito queste premesse finiscono male. Ma, forse per intercessione di Maria, la predica improvvisata risulta più efficacie di quelle dei giorni precedenti. Il Vangelo di oggi parla del Figliol prodigo e del Padre misericordioso, ma il sacerdote la ribatezza come la parabola del padre e i tre figli, e mette insieme tre giorni di letture che parlano di padri, figli e fratelli: dalla storia di Giuseppe, al padrone della vigna, passando per il povero Lazzaro e il ricco Epulone. In un luogo in cui ci si sente "figli prediletti", in un viaggio in fatto con degli autentici "fratelli" nella fede, la riflessione non poteva essere più azzeccata.
Pranziamo e immagino che ormai il grosso dell'esperienza sia stato vissuto. Nel cuore sto già tirando le prime conclusioni, che non sono affatto negative.
Il nostro angelo Gabriele ci propone si saltare nuovamente la pennichella. Ci aspettano alla Comunità Cenacolo. Prima d'ora non l'ho mai sentita nominare... immagino sia una realtà locale, come il Divino Amore visitato il primo giorno.
Arriviamo ed entriamo nell'ennesima struttura ancora in costruzione. Da dietro l'angolo sbucano materiali edili e macchinari vari. Entriamo di fretta, temendo di essere in ritardo, e nel corridoio d'ingresso noto una serie di pannelli fotografici molto ben curati. Però! Si danno da fare bene con la comunicazione.
L'anfiteatro che ci accoglie è anch'esso in costruzione. Il pavimento non c'è, le sedie sono un po' spartane, ma la sala si popola in fretta. Uno dei due giovani al centro del palco dopo poco ci da il benvenuto e ci introduce un video di presentazione della comunità. Cominciamo bene, penso io: neanche la fatica di raccontarcela.
Appare in video Suor Elvira: mai vista prima in vita mia. Inizia a raccontare del suo desiderio di far qualcosa per i giovani. Ha l'occhio vispo questa suora: si intravede la tenacia che serve nelle grandi sfide. Racconta di come hanno avuto la prima casa a Saluzzo, in Piemonte: un rudere abbandonato che iniziano a sistemare solo con la forza delle proprie mani. Il video è un piccolo capolavoro... o forse solo lo specchio della storia che sta narrando.
Eccola di nuovo, Suor Elvira. Racconta di aver messo Dio alle strette, dicendogli "se sei Padre, prenditi cura tu di questi ragazzi". Mi emoziono, ma è solo l'inizio.
A raffica compare la lista delle comunità aperte nel corso degli anni: sono decine. Questa Suor Elvira è una potenza! Racconta di Medjugorje, delle prime esperienze in tenda, sul campo dove oggi sorge questa comunità. Scorrono immagini di feste, di suoni, di balli, di accoglienza. Altra lacrima di gioia.
Racconta anche che l'esperienza non poteva fermarsi qui, e così arrivano le comunità in tutto il mondo. Impressionante!
Mi sento come un bambino che ha appena scoperto un immenso parco giochi nel giardino di casa sua.
Si riaccendono le luci. Un gruppo è appena arrivato e mi addolora pensare a cosa si sono appena persi. Riprendo fiato e asciugo le lacrime prima che i ragazzi inizino la propria testimonianza. Sempre che ce ne sia bisogno, perchè quei pochi minuti di video a me bastano già.
Inizia Jordi, spagnolo, 24 anni. Racconta la sua storia, i problemi causati in famiglia, la sua disperazione, l'arrivo in comunità dopo infinite peripezie. Parla dei suo "angeli custodi", le persone che ti accolgono e ti seguono passo passo in comunità. Racconta la vita difficile in comunità, fatta di lavoro, preghiera, servizio, ma sempre e comunque col sorriso. Rieccola, la gioia!
Dopo questa, la storia di Giampiero, già padre e marito, accumunato a Jordi da una rinascita umana e spirituale in comunità. A chi alla fine gli chiede cosa si porterebbe della comunità nella vita normale, lui non ha dubbi e risponde la Verità e la preghiera. Ma prima di tutto la Verità.
Usciamo passando per il negozietto dove si vendono libri e rosari fatti dai ragazzi. Federica mi chiama indietro e mi mostra un segnalibro. Sono le 10 frasi da non dire mai. Un'altra perla da portare a casa.
Mi prende un senso di sazietà. Sento di aver già ricevuto tanto da questo pellegrinaggio. Piccole cose, nessun miracolo celeste, ma piccoli segni che fanno bene all'anima.
Decidiamo di andare a Šurmanci. Nella chiesetta costruita dai militari italiani nel recente dopoguerra vi è l'icona del Cristo Misericordioso che ha guarito Ugo Festa e una reliquia di suor Faustina Kowalska. Dalla strada che scende verso il piccolo borgo vediamo i ragazzini del posto correre a casa a prendere rosari e medagliette da vendere ai pochi turisti che si avventurano fin li. Dai finestrini vediamo uno scorcio di Bosnia autentica, quella che non è ancora stata toccata dalla ricchezza dei pellegrini.
Il ritorno è un altro regalo: un tramonto dai colori stupendi. Loris ferma il pulmino per filmarlo, Marta corre in hotel per fotografarlo dall'alto, io corro verso la chiesa di Medjugorje per immortalarlo.
Resta un'ultima incombenza: la benedizione dei rosari e degli altri oggettini sacri da portare a casa.
Ci dicono che al termine della Messa pomeridiana ci sarà la preghiera di guarigione e la benedizione degli oggetti: dediciamo di andarci. La chiesa è piena zeppa. Sta finendo la Messa in croato ed entrare è un'impresa impossibile. Fuori il vento è fortissimo.
Io e Federica ci acquattiamo in una panchina semi nascosta, a lato della chiesa. Le cuffie nelle orecchie per ascoltare la traduzione di quel che esce dagli altoparlanti. É il momento della Comunione, e da una porta laterale semi aperta, scorgiamo l'altare e i sacerdoti, esattamente in linea con noi, che siamo all'esterno, a qualche decina di metri dalla chiesa. Primo segno.
La benedizione degli oggetti è giusto un attimo, ma quello che ci tocca profondamente, nonostante la traduzione in cuffia, è la preghiera di guarigione. Parole semplici, profonde, che emozionano. Si prega per la guarigione dell'anima, nostra e di chi ci sta accanto; solo alla fine per la guarigione dei corpi... quasi a sottolineare ciò che importa veramente agli occhi di Dio.
Corriamo in albergo: vogliamo cenare in fretta per arrivare un po' prima all'Adorazione Eucaristica delle 21. Venti minuti d'anticipo non bastano: ci ritroviamo seduti per terra, dietro una colonna, nell'impossibilità di vedere il Santissimo per la troppa gente. É sabato sera!!!
Nonostante la folla, e lo stupore di vedere così tanti giovani in chiesa, mi regalo l'ultima oretta di preghiera intensa. Al termine, mi serve una passaggiata ristoratrice, nel vento della sera, per sgranchirmi le ossa e lo spirito.
Sono contento. Quest'ultima serata è il giusto cappello conclusivo ad una esperienza bella, ma soprattutto ricca di spunti. Quei giovani del posto che gremivano la chiesa in un sabato sera, gli stessi che salivano il Križevac il giorno precedente, mi danno non pochi motivi di riflessione, ripensando alle nostre chiese.
Vado a letto con la mente già proiettata verso casa. Ormai ci resta solo il viaggio di ritorno, penso.
Il viaggio di ritorno parte con un ospite: Silvia, una ragazza slovacca che vive lì da 4 anni, cercava un passaggio verso Padova. Andando verso Tihajlin, Silvia ci racconta dei quattro anni trascorsi al castello di Patrick e Nancy, la coppia di miliardari canadesi che han venduto tutto e si son trasferiti a Medjugorje. Il racconto via radio tra i tre pulmini si rivela una quarta testimonianza inattesa e insperata, di un altro effetto miracoloso di questa cittadina.
A Tihajlin la chiesa è tutta per noi e la Messa domenicale ce la celebra il nostro Don. Un'altra omelia improvvisata e un'altra perla preziosa da portarci a casa. Don Silvano ci parla di testa e cuore: delle tante cose che in questi giorni abbiamo visto, sentito, ascoltato, e della difficoltà di farle passare dalla testa al cuore, perchè possano portare frutto.
Al termine, dopo una foto di gruppo, le attenzioni sono ancora tutte per quella statua così famosa di Maria. Mentre scatto qualche foto da vicino, Suor Natalina mi si avvicina e mi suggerisce "vai un po' più sotto". Ora mi guarda, ora i suoi occhi risplendono... ora capisco perchè c'ha voluto di nuovo in questo luogo, a tre giorni di distanza.
Lo sguardo che aveva benedetto l'inizio del nostro pellegrinaggio, ora benedice il nostro ritorno a casa, più luminoso ed amorevole che mai.
Le tredici ore successive sono un insieme di chilometri, vento forte, autostrada interrotta, meravigliosi scorci di costa dalmata, pericoli scampati e fretta di tornare.
Finchè alle 11 di una domenica sera di marzo arriviamo, valigie in mano, alla porta di casa nostra... e a quel cartellone di benvenuto. "Avete visto la Madonna?"
La risposta ce l'abbiamo nel cuore: "No. Abbiamo visto i miracoli dei suoi figli."